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Harajuku mon amour: la moda delle ragazze giapponesi

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Nell'omonimo quartiere di Tokyo si trovano le Harajuku girls, ragazze con uno stile vistoso che sembrano uscite direttamente dai manga.

La moda delle ragazze giapponesi

Le chiamano "le ragazze di Harajuku", dal nome del celeberrimo quartiere commerciale di Tokyo in cui si aggirano, noncuranti degli sguardi contrariati degli osservatori adulti. Sembrano balzate fuori, per caso, dalla fantasia di uno dai tanti disegnatori di Manga che hanno fatto la storia della fumettistica orientale. Ma ciò che più colpisce, nella loro ingenuità, è la sfida che si apprestano a lanciare alla nostra ormai obsoleta concezione di moda.

Da alcuni decenni il Giappone detta legge in ambito di nuove tendenze: tecnologiche, architettoniche, filosofiche. Ma solo dal 1997, anno di comparsa delle prime Harajuku girls, il drago dell'est punta ad espandere la sua creatività anche nel campo dell'abbigliamento alternativo.

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La minaccia venuta dall'oriente sembra essere pronta a distruggere il monopolio del prèt-à-porter occidentale, con tendenze sbalorditive ai limiti del possibile. E non è un caso che siano ancora una volta le nuove generazioni a farsi portavoce di quella che sembra essere divenuta una vera e propria rivoluzione sociale di grande portata. La moda di Harajuku non è, infatti, un semplice capriccio stilistico di poca rilevanza. Essa si appresta, più propriamente, a dichiarare guerra all'interno dell'ordine sociale giapponese basato su un'estenuante obbedienza e rispetto delle norme.

Paradossalmente l'unico principio a cui i ragazzi di Tokyo si richiamano è la completa assenza di regole e la possibilità di affidarsi completamente ed esclusivamente alla propria spontaneità e fantasia, per dare vita a creazioni tanto uniche quanto effimere. Ogni giorno il quartiere pullula di nuove mode che nascono e vivono intensamente nell'arco di una sola giornata, o addirittura di poche ore pomeridiane, per poi lasciare spazio ad una nuova creatura già pronta a venire alla luce.

La fonte di ispirazione primaria di questa miriade di giovani artisti è, senza ombra di dubbio, l'universo multicolore dei cartoon giapponesi, che sembrano ormai aver colonizzato anche i nostri schermi televisivi. Un universo popolato da animali buffi, da scolarette vestite (o svestite?) ai limiti della decenza, da geishe bioniche e samurai ipertecnologici. Ma non manca, nelle loro opere d'arte, perché è di questo che si tratta e non di semplici vestiti, un sottile richiamo alla tradizione, quella stessa tradizione che sembrano apparentemente voler rigettare, ma dalla quale fanno fatica a liberarsi totalmente.

Certamente queste tendenze, apertamente in contrasto con la morale di un paese fortemente conservatore, racchiudono in sé tutta la sovversità dei giovani che male accettano il rigido insieme di regole comportamentali che imbrigliano la vita dei giapponesi. Ma c'è, in esse, qualcosa di più: c'è lo spettro del consumismo che dilaga, facendosi propulsore della rapidissima alternanza di questi trend sempre nuovi, e che impedisce ad uno, almeno uno di essi, di affermarsi sugli altri: e c'è, in ancora tutta la loro frenesia, simbolo dell'irrequietezza che affligge i cittadini di uno dei paesi più industrializzati.

Come sfuggenti fotogrammi di un cartoon, ancora tutto da scoprire per noi occidentali, i giovani di Harajuku si susseguono agli angoli delle strade, caleidoscopiche sculture viventi che urlano contro una società troppo disattenta. Solo in pochi sono riusciti a coglierne la voce di protesta, come la star americana Gwen Stefani che canta:

Harajuku girls, portate stile e colore in tutto il mondo
 

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